
Dal 05 novembre fino al 05 dicembre 2026 - dal giovedì al sabato 15.30/19.30
altri giorni su appuntamento: archivio@iginiobalderi.org
Inaugurazione giovedì 05 novembre 2026 - ore 18.30
Atelier Balderi
Archivio Iginio Balderi, via Ausonio 20 – Milano
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@archivioiginiobalderi
”Alle soglie del sensibile” – testo di Viviana Vergerio
C’è un momento, in ogni atto pittorico autentico, in cui la mano smette di seguire un’idea, un istinto, e comincia a “subire”, lasciandosi attraversare da un impulso che non le appartiene del tutto. È in questo scarto, tra il gesto voluto e il gesto accolto, che si colloca l’opera di Dario Jucker, a cui l’Archivio Iginio Balderi di Milano dedica una mostra a partire dal 5 novembre 2026. L’esposizione raccoglie una selezione di diverse opere recenti, tra cui due grandi dipinti in acrilico su tela, un altro ampio eseguito a carboncino e pastello su carta, una serie di disegni a matita e ad acquerello e di schizzi a olio su carta, una decina di lavori di dimensioni e supporti diversi realizzati attraverso stratificazioni di colori a olio e collanti sedimentati: un insieme che compone un unico, ininterrotto discorso sulla soglia.
Dario Jucker non crea forme, le “insegue” per fissarle nell’attimo in cui lampeggiano nella mente. Il suo procedere, istintivo fino al valico del rischio, ricorda da vicino ciò che Gilles Deleuze chiamava la cattura di forze invisibili attraverso una pittura che rifiuta tanto la narrazione quanto l’astrazione pura, per farsi invece registrazione di sensazioni, che nel suo caso diventa una zona di fermento in cui la figura emerge senza mai stabilizzarsi del tutto. Le sue macchie di colore a olio, acrilico o acquerello sono esattamente questo, non immagini pensate a priori, ma eventi materici che, nel farsi, rivelano sagome, ali, teste, manti, uniti a elementi mistici come pendenti e testi sacri o mani giunte, apparentemente senza un senso previsto. Prendono vita, in questo modo, nuclei organici di tracce, impronte, interventi, codici, che interrompono la figurazione esplicita e aprono la possibilità di portare alla luce qualcos’altro di casuale o non programmato, orientando l’attenzione su un piano diverso e intimo.
Nei dipinti di Jucker, dove la materia sembra essersi depositata più che dipinta, il colore non rappresenta: “accade”. E in quel verificarsi, la forma stessa si rivela un organismo vivo, capace di proliferare, trasformarsi, migrare da un regno all’altro, vegetale, animale, umano, senza soluzione di continuità. Da qui nascono le creature del pittore, ibridi, figure archetipiche di organismi marini, o mostri, non tanto nell’accezione classica quanto come “soglie di identità”, indizi in cui il mondo naturale confessa la propria porosità. Vengono in mente le Metamorfosi di Ovidio, dove ogni essere è sempre già in transito verso un altro, come pure certe pagine dei bestiari medievali, popolate da grifoni e chimere che l’artista sembra evocare non per citazione erudita, ma per affinità di metodo; anche lì la figura nasceva dal margine, dall’eccedenza rispetto alla regola. Non stupisce che Jucker stesso riconosca nella natura, più che nell’arte, la propria fonte primaria, nella realtà intesa come processo, nel senso whiteheadiano del termine, divenire in atto, mai allo stato compiuto, ma sempre proteso verso il nuovo. Tra queste evoluzioni compaiono un frate incappucciato accanto a una croce spezzata; oggetti liturgici, come coppe e calici, che sono al tempo stesso vasi alchemici; entità in bilico tra corpo e spirito, in un processo di trasmutazione che eleva la materia a soglia del sacro, un varco verso la luce oltre l’oscurità esistenziale.
Tutta la ricerca di Dario Jucker abita il medesimo spazio liminale, tra slancio spirituale e dimensione terrena, in un dialogo con il creato. È tuttavia possibile distinguere le opere di matrice più astratta da quelle in cui gli elementi figurativi si manifestano con maggiore evidenza. Queste ultime sono animate da personaggi giocosi, fra cui giullari e menestrelli, da soggetti dai tratti caricaturali, antropomorfi o etnici, e ancora da presenze che sembrano scaturire da un immaginario remoto, ma anche fiabesco. Il loro reiterato accostamento surreale crea un universo rovesciato e suggestivo, con inesauribili possibilità di reinventare lo sguardo, in sintonia con la vena ribelle dell’artista.
Le due grandi tele presenti in mostra rappresentano, a questo proposito, un esempio emblematico. Sebbene differiscano nel grado di riconoscibilità, entrambe condividono la medesima tensione verso l’ignoto. In una, il colore è disteso in ampie campiture organiche, verdi, ocra, rosse, che alludono a un paesaggio o a un fondale equoreo, punteggiate da minute esplosioni di chiazze chiare che appaiono come spore, stelle o cellule in espansione. Nell’altra, invece, si consuma una burrasca. La metà superiore, in cui il celestiale, attraversato da una falce di luna, e gli inferi si fronteggiano, si scontra con il bagliore incendiario della metà inferiore. Al centro di questa lotta affiora una forma sospesa, un vascello o una nave simbolica, soggetto ricorrente anche in altre opere, che galleggia alla deriva tra le due aree, effigie in cui si condensa il tema della transizione, del viaggio interiore, fondato sia sull’esperienza personale sia sull’inconscio collettivo.
Anche i disegni, apparentemente più sobri, condividono la logica del disvelamento graduale. Tra quelli composti da poche linee colpisce una figura a braccia alzate, aperte come ali spiegate, con una postura che richiama, a livello concettuale più che per riferimento diretto, l’Angelus Novus di Paul Klee secondo l’interpretazione di Walter Benjamin. L’angelo della storia è sospinto da una bufera inarrestabile verso il futuro, a cui volta le spalle, mentre crescono le macerie davanti a lui; anche qui la creatura alata è testimonianza e breccia tra ciò che è già accaduto e ciò che deve ancora manifestarsi. Gaston Bachelard, nella sua Poetica dello spazio, insisteva sul fatto che l’immagine poetica precede il pensiero e “risuona”, ridestando in noi “echi profondi”. Il tratto dell’artista, minimale, quasi reticente, agisce secondo la stessa economia, dice poco, lasciando il posto a una sorta di condivisione partecipata dell’opera.
Al di là delle dimensioni e del rapporto con la figurazione, le tele o i piccoli fogli di Jucker sono opere immersive, ambienti né descrittivi né contemplativi; “avvolgono” lo spettatore e soprattutto sono segni, un invito all’ascolto piuttosto che alla lettura. Il pittore supera la pura opticality e si volge al fenomeno del guardare non dall’esterno ma facendone parte, mescolandosi alle cose. Nei suoi lavori questo intreccio si fa tangibile: la materia è soglia verso il sensibile, superficie vibrante che non separa il dentro e il fuori, il passato e il presente, l’identità e l’alterità, ma li fa comunicare favorendo l’emersione di contenuti sotterranei inconsci attraverso una spontanea fantasticheria, forse per rifuggire dalla realtà e perpetuare la dimensione dell’infanzia reinventando il presente o forse per interrogarci su cosa, tra reminiscenza, sogno e realtà, sia più vero.
C’è, in questa ricerca, un desiderio di finitezza nell’incommensurabile, come Dario Jucker stesso dichiara rievocando Leopardi. Il limite, la siepe o il margine del foglio, il bordo della tela, non è un ostacolo alla visione ma la sua condizione di possibilità; è perché lo sguardo si arresta che l’immaginazione può oltrepassare il visibile; l’attimo pregnante diviene allora confine, aprendosi su un intero mondo.
Le creazioni di Jucker, sospese tra mitologia e biologia, tra il grifone medievale, l’essere alato e l’organismo cellulare, sembrano proprio questo, ovvero i sintomi di una memoria della forma che attraversa i secoli e riemerge nella materia densa e imprevedibile di collanti, pigmenti, grafite. Non citazione, dunque, ma survivance, sulla scorta di Georges Didi-Huberman: ogni immagine porta con sé la traccia sedimentata di altre forme, altri tempi, altri gesti, e insieme un presagio non definito, in cui le vestigia del passato tornano a vivere in una nuova veste, senza perdere nulla della propria inquietudine originaria.
Quando individualità e universalità, termini con cui si può riassumere l’intera cifra dell’artista, si fondono in un tutt’uno organico, non nella pacificazione ma nella tensione palpitante, l’opera resta letteralmente aperta, esposta al proprio divenire. È forse questo, più di ogni altra cosa, ciò che rende la pittura di Dario Jucker così irriducibile a una lettura univoca e così ostinatamente fedele a sé stessa, dove la forma non si chiude mai, ma vive in perenne fuga verso ciò che ancora non è.
Dario Jucker
Nato a Milano, dove nel 1997 si è laureato in Giurisprudenza all’Università Statale, affianca l’attività di avvocato specializzato in diritto dell’arte a quella di artista. Nel 2011 ha conseguito il diploma, magna cum laude, presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Vive e lavora a Lugano e dal 2008 espone regolarmente a Milano e in Svizzera.
Al confine tra mondo reale e immaginazione, Dario Jucker indaga l’affiorare di immagini istintuali, spaziando tra disegno, acquerello, pittura a olio e acrilico, scultura. La sua produzione nasce dalla necessità interiore di dare libero sfogo a una creatività innata, che lo porta a sviluppare un linguaggio astratto, dove il colore, essenza dell’opera, conquista per l’intensità e l’energia che emana. A uno sguardo più attento, tra le macchie e i pigmenti si individuano figure fantastiche che evocano soggetti mitologici o medievali.
Fonte di ispirazione dell’artista sono la natura e la sua moltitudine di forme. Attraverso un lavoro minuto, fuori dagli schemi e misterioso, Jucker cerca di raggiungere una compiutezza nella vastità indefinita; nei suoi piccoli fogli a grafite o policromi, come nelle tele di maggiori dimensioni, ci si può immergere in una particolare esperienza sensoriale.
Viviana Vergerio
Critica e storica dell’arte, curatrice e consulente d’arte. Formatasi come architetta all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia (IUAV), ha conseguito un Master Europeo in Storia dell’architettura a Roma e il Diploma Accademico di II livello in Arte e Management dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano.
Il suo lavoro unisce ricerca, curatela e mediazione culturale. Ha organizzato e curato mostre in ambito museale, catalogato collezioni pubbliche e private e insegnato Storia dell’arte ed Economia e Mercato dell’arte. Per otto anni ha collaborato con la Bally Foundation come responsabile artistica, curatrice e mediatrice culturale.
Sviluppa inoltre progetti di arte e impresa e di arte urbana, promuove il lavoro di artisti e affianca come consulente fondazioni e società di servizi per l’arte.
È autrice di testi critici e saggi per monografie, cataloghi e riviste di settore.